lunedì 24 marzo 2014

Nassénte, uno zattiere


Coi radaroli di Verona bisognava stare sempre in guardia, e il passaggio obbligato della loro zattera in quel nodo importante comportava sempre un rischio. Il vecchio Vestio, che guidava il gruppo, prima di imboccare l’ultima ansa che poi avrebbe fatto arrivare la loro imbarcazione col ricco carico all’attracco, non lontano dal ponte romano, era stato chiaro.
    Parlo solo io, e voi non scendete a terra se non quando ve lo dico, due per volta, mai da soli, e almeno tre sempre di guardia sulla zattera. Vi ho già raccontato cosa è successo quindici anni fa all’equipaggio di Albino. Non scordatelo. A Verona meno andiamo in giro meglio è. –
Nassénte lo ricordava bene, quell’episodio tragico. A Sacco non si era parlato d’altro per anni, e da allora le donne e le vedove avevano iniziato a pregare con maggior impegno ad ogni passaggio dei loro uomini o dei loro parenti ed amici quando questi si fermavano sulla riva accostando in una moia mentre scendevano dall’Alto Adige, per salutare e caricare le ultime cose prima di ripartire e arrivare a Brondolo, vicino a Chioggia, loro destinazione finale.

Poi non sarebbe restato loro che intraprendere il lungo viaggio di ritorno, di solito a piedi o con passaggi di fortuna su qualche carro, ma con minori rischi, usando la sempre necessaria prudenza e scegliendo con cura itinerari sicuri e compagni per gli spostamenti.



Arrivati e legata la zattera, Vestio aveva salutato un uomo che sembrava aspettarli, in alto, sull’argine. Poi era sceso a terra, e si era messo a discutere animatamente con quello, gli aveva passato un oggetto che poteva essere un piccolo sacchetto e poi era tornato indietro, salendo di nuovo a bordo sul legname reso scivoloso dall’acqua che lo inzuppava. Non aveva fatto parola di quello che si erano detti lui e il veronese che li aspettava, in compenso aveva messo in libertà i due più anziani dell’equipaggio, con l’ordine di ritornare entro la serata e di portare quanto concordato.

Nassénte era il più giovane del gruppo, e stava solo da un paio di anni con gli zattieri di Vestio quindi probabilmente non sarebbe sceso a terra, ma in fondo non gli importava poi molto. Se scendeva non poteva che avere occasione di spendere alcuni dei pochi soldi che aveva, e lui invece voleva metterli da parte per metter su famiglia.

Le cose andarono esattamente come aveva previsto. I due compagni tornarono prima che iniziasse a far buio sul serio, con due fagotti pieni di roba e con le facce soddisfatte. Poi nessuno più poté muoversi dall’imbarcazione, e mangiarono assieme pezzi di pane e formaggio, con piccole mele, innaffiati da un vino che sapeva di aceto. Gli anziani raccontarono della loro baldoria con due donne e di cosa avevano fatto con loro, spiegando con particolari sempre più spinti tutta la loro avventura, mentre il vecchio li ascoltava senza dar loro la soddisfazione dello sguardo decisamente interessato dei giovani.
-     Basta adesso. È ora di dormire. Domattina si parte presto, appena avremo l’autorizzazione del doganiere capo. Nassénte fa il primo turno di guardia, sino al tocco di mezzanotte. Perozzo gli da il cambio sino alla terza ora dopo mezzanotte, e poi, quando diventa più pericoloso, Nesto e Antón assieme, sino all’alba. -
Nessuno commentò le parole di Vestio, e si organizzarono per la notte, cercando un posto rialzato per dormire lontani dall’acqua dell’Adige che continuava a scorrere attorno e sotto di loro. Lui rimase presto da solo con i suoi pensieri, un bastone a portata di mano ed una scure dietro le spalle, appoggiato al carico, gli occhi fissi sulla riva e su ogni movimento nelle vicinanze. Ma non successe nulla, durante il suo turno, e seguendo il corso dei suoi ricordi gli venne alla mente l’incontro casuale con quella ragazza veneta che aveva visto l’anno prima, quando da Brondolo erano andati in gruppo a Chioggia prima di iniziare il viaggio di ritorno. Anzoa si chiamava, un fiore, alta quasi quanto lui, capelli nerissimi e occhi di fuoco, un corpo snello e nervoso. Era riuscito a scambiarci pure alcune parole, ed aveva saputo che lavorava in una corderia, proprio in città, e che non aveva ancora 18 anni. Da quel momento non aveva pensato che a lei. Dopo aver svegliato Perozzo per avere il cambio si addormentò pensando al suo angelo, e per lui il resto della notte fu tutto un lungo sogno.

La notte trascorse tranquilla. Il mattino presto arrivarono un paio di uomini armati, accompagnati dal veronese del giorno prima, uno dei due salì sulla zattera, guardò un po’ il carico facendo aprire un paio di casse, non ebbe nulla da dire e poi scese, facendo cenno che potevano staccare le corde e riprendere il viaggio. Ormai, alle prime luci dell’alba, la catena sull’Adige era stata rimossa.

Dopo Verona c’erano alcune pericolose ischie da superare, prima di arrivare a Legnago, l’ultimo scalo importante prima del tratto finale che li avrebbe condotti a Brondolo.



Bèpo era il loro intermediario alla fine del viaggio, quello che aveva già venduto ai veneziani il legname della zattera e conosceva i destinatari di tutta la merce protetta nelle grosse casse, proveniente dai territori del nord, anche dalla Stiria e dalla Baviera. Agli affari pensava Vestio, ma tutti loro avevano qualche cosa da commerciare o da barattare per guadagnare un po’ di denaro, anche se si trattava sempre di mercanzie di valore limitato. Quindi, arrivati a Brondolo, tutti si prendevano alcuni giorni di libertà, prima di intraprendere il lungo viaggio di ritorno a piedi, cercando sempre i gruppi giusti ai quali aggregarsi per evitare sorprese o aggressioni, e con le locande già conosciute dove sostare per passare le notti.

Nassénte sapeva già dove voleva andare, e si mise in viaggio di buona lena, con in spalla solo il sacco con le sue poche cose. La corderia era alle porte di Chioggia, e ci arrivò verso sera, quando ormai le donne e gli uomini che lavoravano in quella fabbrica se n’erano andati via. Trovò però alcuni ritardatari, che, alle sue domande abbastanza precise, seppero dirgli dove viveva Anzoa. Gli spiegarono anche che se veniva per lei perdeva il suo tempo, che era una ragazza difficile, che non ascoltava nessuno, e che non di rado aveva malmenato qualche ragazzo che si era fatto avanti nei suoi confronti in modo poco educato. In altre parole non aveva nessuno e non era promessa sposa a nessuno, questo aveva inteso lui. Stava in una casa povera con sua madre, vedova, e tre fratelli più piccoli, e per arrivarci avrebbe dovuto tornare indietro per la strada dalla quale era arrivato. Probabilmente c’era passato accanto senza saperlo.



L’incontro, il loro secondo incontro dopo il precedente dell’anno prima, avvenne mentre lui stava arrivando sulla strada e lei si trovava nel cortile davanti alla piccola abitazione bassa e richiamava le galline per rinchiuderle nel pollaio per la notte. Si fermò a guardarlo, probabilmente riconoscendolo, ma poi riprese a richiamare gli animali e girò la testa dall’altra parte.
-   Anzoa…-
Ebbe solo il fiato per pronunciare quel nome, e poi non gli uscì per un po’ nessun suono dalla bocca. Si avvicinò a lei, rimanendo sempre sulla strada però, e iniziò a rovistare nella sacca per cercare quello che aveva portato per lei. Un fazzoletto di seta di Rovereto, che gli era costato una piccola fortuna, ma che solo lei poteva indossare.
-     Cossa vustu? -  Chiese lei avvicinandosi curiosa.
Lui non seppe dir nulla, ma alla fine trovò il tessuto fine di seta, avvolto in un sacchetto di tela grezza, e glielo porse, con un sorriso imbarazzato. Gli fece capire che era un regalo per lei, e gli occhi le spiegarono che lui la pensava da un anno, ma non riuscì a dirlo con la bocca.
-     Per cossa mo me lo vustu donare? Xe tropo belo, ciò.  - Disse lei quando ebbe estratto dal sacchetto il fazzoletto ed ammirato quella seta finissima.
Nassénte finalmente trovò il coraggio ed il fiato.
-     Se me speti, vegno ancora, la prosima primavera. -
Poi, rosso come porpora, si voltò e ritornò sul mezzo della strada, e riprese il cammino per il ritorno a Brondolo.

-   Te speto, anca sa non so come te ciami. – gli urlò dietro lei. 
-   Nassénte - riuscì a dire lui, girandosi indietro e fermandosi un attimo prima di ricominciare a camminare.

(Storia parzialmente ispirata a fatti reali, ma non necessariamente avvenuti come qui raccontati dal sottoscritto)








                                                                Silvano C.©


( La riproduzione è riservata. Ma non c'è nessun problema se si cita la fonte.  Grazie)

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